Mose, sarebbe bastato un buon Magistrato delle acque

*di Simonetta Rubinato

Dopo quasi 54 anni dall’’acqua granda’ del ’66, dopo 44 governi della Repubblica, 34 presidenti del consiglio, 37 ministri dei lavori pubblici, 12 presidenti di Regione e oltre 6 miliardi di euro di spesa a carico dei contribuenti italiani, un’opera -che doveva essere ultimata nel 1995 – è stata ‘testata’ coram populo qualche giorno fa con la supervisione del Presidente del Consiglio e altri tre membri del Governo. Con il mare piatto e il sole splendente. Peccato che il Mose serva in situazioni eccezionali e non certo normali.
“Non è un’inaugurazione – ha detto il premier Conte – siamo qui per un test”. E la supercommissaria Spitz ha precisato: “Il Mose non è finito, ci sono ancora 18 mesi di test e il collaudo, poi ci vorranno anni per ottimizzare i processi gestionali”. Perché allora organizzare una passerella se quello che serve sono piuttosto prove tecniche rigorose, meglio se fuori dalle luci della ribalta, per capire cosa funziona e cosa non va? Il fatto è che manca la trasparenza assoluta sui problemi che ci sono e non si cercano le competenze di assoluta eccellenza per affrontarli. Continua invece ad imperare l’autoreferenzialità del Consorzio Venezia Nuova anche dopo il commissariamento. Forse perché ci sono in palio 100 milioni di euro l’anno per la gestione (3 miliardi nei prossimi 30 anni)?
Ed ecco allora che il Presidente del Veneto propone di affidarla al Comune, mentre il Governo ipotizza una struttura collegiale (con dentro Comune, Città metropolitana, Regione, Autorità portuale e Capitaneria di Porto, oltre ai ministeri competenti e al Magistrato alle Acque, che verrà ricostituito) sia per la gestione del Mose che le decisioni sulla Laguna di Venezia, con un direttore per premere il pulsante che alza le dighe.
Ma davvero si pensa che una problematica di una tale complessità tecnica possa essere gestita dal Comune o da un collettivo politico-burocratico senza chiarezza di competenze e responsabilità, che è proprio ciò che ha condotto all’attuale situazione?
Visto che la sede delle scelte politiche collegiali esiste già ed è il Comitatone, quello che serve è ricostituire il Magistrato alle acque (che inopinatamente Renzi ha abolito), ma dandogli il potere e la dignità che aveva nella Serenissima, con un Presidente di valenza tecnica indiscutibile, che decida in autonomia dalla politica, avvalendosi di una struttura tecnica esecutiva all’altezza. E visto che, come ha dimostrato scientificamente il prof. Luigi D’Alpaos, fra 20 anni il Mose sarà già superato dall’innalzamento del livello medio del mare (senza contare le insostenibili conseguenze che avrà sull’ambiente lagunare e sulla portualità di Venezia, che senza la piattaforma d’altura è destinata a morire) si agisca con lungimiranza dotandolo anche di un Comitato tecnico-scientifico che si occupi di ricerca sui problemi idraulici e morfodinamici lagunari e sulla biologia del mare e della laguna, oltre che di nuove tecniche ingegneristiche per innalzare il suolo della città.
Sarebbe un volano di sviluppo straordinario e un investimento sui giovani talenti e ricercatori delle nostre università, cui potrebbero partecipare anche rappresentanti di organismi internazionali in grado di apportare competenze e finanziamenti per salvare Venezia dal cambiamento climatico, condividendo la responsabilità di prendersi cura di un patrimonio dell’umanità che meriterebbe ben altra governance di quella cui è stata soggetta negli ultimi 50 anni.

Tribuna di Treviso e Mattino di Padova – 13.07.2020

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