Riaprire le aziende in sicurezza ampliando il numero dei laboratori per il monitoraggio con test e tamponi

*di Simonetta Rubinato

Come tutti sappiamo, il Veneto è la Regione grazie al cui modello storico di Sistema socio-sanitario sta confermando le migliori prestazioni di difesa dalla pandemia in corso. Va inoltre riconosciuto che il Presidente Zaia, dopo alcune gaffe ed incertezze nella valutazione dell’emergenza (dal“tutti abbiamo visto i cinesi mangiare i topi vivi” alla richiesta l’8 marzo di stralcio dalla zona rossa delle 3 province venete), ha avuto la prontezza di seguire i suggerimenti di consulenti di alto profilo scientifico dell’Università di Padova, procedendo – da metà marzo – con un piano di controllo massiccio della positività effettuando più tamponi possibili alla popolazione.

Una buona strategia, analoga a quella adottata dalla Germania. Ma ad oggi si è riusciti ad eseguire in tutto il Veneto 180mila tamponi. In particolare, a più di due mesi dalla dichiarazione dell’emergenza e a oltre un mese e mezzo dal primo decesso registrato il 21 febbraio a Vo’, sono stati sottoposti a tampone solo il 65% circa degli operatori del servizio sanitario regionale (medici e infermieri) e la metà degli operatori delle case di riposo e dei loro ospiti. Se si considera che il prof. Andrea Crisanti aveva messo a punto il test di laboratorio per 2019-nCoV già all’inizio di febbraio, questo screening si sarebbe potuto completare un mese prima se non fosse stato inizialmente stoppato dal dirigente generale della sanità veneta in ossequio alle direttive del coordinamento centrale nazionale.

In ogni caso, se si tiene conto che va completato il tampone sugli operatori sanitari e nelle case di riposo, che vanno sottoposti a tampone i soggetti potenzialmente collegati ad un cluster o comunque esposti a contagio con un caso confermato o probabile di COVID-19, nonché i lavoratori dei ‘Servizi Essenziali’, quali gli addetti alle casse dei centri commerciali, i Vigili del Fuoco e le Forze dell’Ordine, e se si considera che i tamponi devono essere eseguiti più volte allo stesso soggetto, è giocoforza aspettarsi – con le risorse umane e strumentali sino ad oggi impiegate – solo un parziale raggiungimento dell’obiettivo che si è prefissata la Regione, ovvero individuare il maggior numero di soggetti positivi paucisintomatici ed asintomatici che possono diffondere inconsapevolmente il contagio. Molte delle stesse richieste di tampone inoltrate dai medici di base attendono anche più di due-tre settimane prima di essere evase.

E’ evidente che risulta necessario implementare le forze in campo attraverso la mobilitazione di molte altre forze e protagonisti del Progetto di Prevenzione. E va rimarcato con forza che l’ombrello protettivo, che ha frenato il contagio da virus, è insufficiente per evitare quella che si annuncia come una terribile ‘pandemia sociale’, ovvero il rischio del fallimento di migliaia di imprese del territorio e del crollo dell’occupazione.

Un salto quantitativo-qualitativo dell’azione di monitoraggio è decisivo per consentire l’immediata ripresa delle attività produttive nelle aziende venete che sono già in grado di garantire il rispetto dei protocolli di sicurezza approvati il 14 marzo scorso e disponibili ad applicare piani di monitoraggio dello stato di salute dei propri dipendenti. A questo scopo sembrano molto utili soprattutto i test sierologici che, attraverso un classico prelievo del sangue, consentono di verificare se una persona è negativa, infetta o ha sviluppato l’immunità avendo gli anticorpi.

Questo non per sfuggire dalla realtà dei vincoli della Prevenzione e del ‘distanziamento’, bensì per sviluppare e implementare delle ipotesi di lavoro che lo stesso Crisanti ha formulato in questi giorni in varie interviste, laddove ha parlato di rischio accettabile, ove è possibile ‘Preparare la riapertura con mascherine, diagnostica e tracciamento dei dati’.

Ben ha fatto dunque la Regione Veneto a far partire all’inizio di aprile un progetto sperimentale per la diagnosi sierologica, come si sta facendo anche in Germania. Ma occorre accelerare i tempi, aumentando al massimo il numero dei test coinvolgendo anche strutture e laboratori privati e consentendo la richiesta di test/tamponi su base volontaria anche da parte di lavoratori autonomi e di titolari di azienda per i propri dipendenti, la cui spesa rientrerebbe tra i costi per la sicurezza. La Regione potrebbe procedere in tempi rapidi all’accreditamento dei laboratori privati disponibili a farlo, stabilendo condizioni e protocolli da rispettare sotto il controllo dell’Uoc di Microbiologia dell’Università di Padova, pianificando nel contempo, con il supporto degli esperti e di concerto con le parti sociali, le modalità per la riapertura in sicurezza delle aziende che chiedono di poter ripartire.

Alcuni articoli sulla strategia tedesca e su quella adottata dal Veneto in collaborazione con l’Università di Padova:

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